Quanti,
nella loro vita, possono sfoggiare l'esperienza di una Colazione di
lavoro, tanto invidiata quanto tipicamente rappresentata nei film
americani sempre in esclusivi circoli e ristoranti di lusso,
frequentata da personaggi impeccabilmente vestiti inevitabilmente
occupati in importantissime discussioni.
Ebbene
io posso dire che una volta, nella vita, sono stato uno di questi,
anche se la mia esperienza e quella degli altri commensali che
l'hanno condivisa con me, è stata leggermente differente da
qualsiasi fantasiosa sceneggiatura hollywoodiana sia mai stata
rappresentata sugli schermi.
Se
avete pazienza vi racconto perché.
L'appuntamento
di lavoro è fissato per le ore 13,00 presso un ristorante all'epoca
molto esclusivo di Roma, il Sisto V nel quartiere Coppedè. E già
questo, avendo io 25 anni ed assoluta inesperienza di ristoranti di
lusso, bastava ad agitarmi.
Accompagnavo
il mio capo di allora, titolare di uno studio grafico, per incontrare
un importante cliente ed un noto copywriter di milano per discutere
di un grande progetto cui stavamo lavorando in quel periodo.
Data
l'importanza del cliente (e del lavoro in ballo), il mio capo si era
raccomandato sia per l'abbigliamento che per il comportamento,
essendo io alquanto bizzarro in entrambi i casi.
Non
ricordo come mi vestiì ma sicuramente tentai di rimediare con quello
che avevo, quindi immagino di essere stato più simile a Matrix che a
Wall Street.
Arrivati
al ristorante,incontro e saluti di rito.
Ci
accomodiamo e come di consueto nei ristoranti di lusso, dopo quattro
secondi viene servito un aperitivo, benissimo, pensai iniziavo anche
ad avere fame.
L'aperitivo
consiste in un flute di
beverone rosa ad elevato tasso alcolico ed una selezione di quattro
vol-au-vent per noantri (volavòn) variamente farciti.
Viene
proposto brindisi cui, data la sete, partecipo entusiasta scolando il
beverone e ritrovandomi, tecnicamente parlando, praticamente ubriaco
tre secondi dopo.
Visti
gli altri già impegnati nell'affrontare le quattro caccolette di
pasta sfoglia, metto da parte l'imbarazzo e mi servo anch'io.
Chi
conosce i Volavòn, sa bene che la loro caratteristica è la
friabilità. Quindi porto alla bocca la forchetta e il destino decide
che proprio in quel momento io debba aspirare come se avessi messo in
bocca un succulento sigaro Cubano.
In
questi caso il Volavòn (dotato di vita propria) si autodistrugge
trasformandosi in pure molecole collose che, data la copiosa
aspirazione vengono risucchiate contro la gola spalancata dalla fame
e la successiva deglutizione della farcitura fa in modo che tutte le
molecole aspirate restino definitivamente incollate alle pareti della
trachea iniziando a trasmettere al cervello l'immediata necessità di
tossire e respirare contemporaneamente che corrisponde, come
difficoltà, al tenere gli occhi aperti durante lo starnuto.
Quindi,
sollecitato dai miliardi di stimoli provenienti dalla gola, inarco la
schiena all'indietro come se dovessi ingoiare un termosifone e
scattando con le spalle in avanti emetto un primo boato di tosse, ma
i miei occhi infiammati vedono solo una nebbiolina di pasta frolla e
tre persone coperte di molliche e macchie di salsa rosa.
Tutti
sanno che dopo il primo colpo di tosse si compie per istinto di
sopravvivenza l'esatto contrario, si cerca ovvero di respirare. Ma
tutto ciò che non è uscito dalla mia bocca, vi ritorna
perentoriamente innescando quello che Enrico Fermi ha giustamente
definito reazione a catena.
Al
secondo boato di tosse, vedo i commensali gettarsi a terra, i
camerieri affannarsi per riempirmi un bicchiere d'acqua, una continua
fitta pioggerellina di pasta sfoglia su tutto il locale e
lontanamente odo il mio capo sull'orlo di una crisi di nervi urlarmi
vai in bagno, vai in bagno.
E
mica devo cagare, vorrei solo respirare, penso, mentre una
moltitudine di mani si abbatte sulla mia schiena nel tentativo di
rianimarmi dato che il mio colorito è virato al blu notte.
In
tutti i casi, riesco ad alzarmi e continuando a tossire pasta sfoglia
e maionese per tutto il tragitto, mi trascino in bagno. Bevo e mi
bagno la faccia per riprendermi.
Finalmente
la tosse si calma e grazie all'acqua, ormai solo un intervento
chirurgico potrà asportare dalla trachea le molliche di pasta
sfoglia cementate in gola. Ma il dubbio più grande che mi assale è.
Quale
faccia devo indossare adesso per tornare in sala ed affrontare gli
altri commensali?
Voi
al posto mio che avreste fatto?
E
per chiudere, Morte ai vol-au-vent.
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