martedì 24 settembre 2013

Colazione di lavoro

Quanti, nella loro vita, possono sfoggiare l'esperienza di una Colazione di lavoro, tanto invidiata quanto tipicamente rappresentata nei film americani sempre in esclusivi circoli e ristoranti di lusso, frequentata da personaggi impeccabilmente vestiti inevitabilmente occupati in importantissime discussioni.

Ebbene io posso dire che una volta, nella vita, sono stato uno di questi, anche se la mia esperienza e quella degli altri commensali che l'hanno condivisa con me, è stata leggermente differente da qualsiasi fantasiosa sceneggiatura hollywoodiana sia mai stata rappresentata sugli schermi.

Se avete pazienza vi racconto perché.

L'appuntamento di lavoro è fissato per le ore 13,00 presso un ristorante all'epoca molto esclusivo di Roma, il Sisto V nel quartiere Coppedè. E già questo, avendo io 25 anni ed assoluta inesperienza di ristoranti di lusso, bastava ad agitarmi.
Accompagnavo il mio capo di allora, titolare di uno studio grafico, per incontrare un importante cliente ed un noto copywriter di milano per discutere di un grande progetto cui stavamo lavorando in quel periodo.
Data l'importanza del cliente (e del lavoro in ballo), il mio capo si era raccomandato sia per l'abbigliamento che per il comportamento, essendo io alquanto bizzarro in entrambi i casi.
Non ricordo come mi vestiì ma sicuramente tentai di rimediare con quello che avevo, quindi immagino di essere stato più simile a Matrix che a Wall Street.

Arrivati al ristorante,incontro e saluti di rito.
Ci accomodiamo e come di consueto nei ristoranti di lusso, dopo quattro secondi viene servito un aperitivo, benissimo, pensai iniziavo anche ad avere fame.
L'aperitivo consiste in un flute di beverone rosa ad elevato tasso alcolico ed una selezione di quattro vol-au-vent per noantri (volavòn) variamente farciti.
Viene proposto brindisi cui, data la sete, partecipo entusiasta scolando il beverone e ritrovandomi, tecnicamente parlando, praticamente ubriaco tre secondi dopo.
Visti gli altri già impegnati nell'affrontare le quattro caccolette di pasta sfoglia, metto da parte l'imbarazzo e mi servo anch'io.
Chi conosce i Volavòn, sa bene che la loro caratteristica è la friabilità. Quindi porto alla bocca la forchetta e il destino decide che proprio in quel momento io debba aspirare come se avessi messo in bocca un succulento sigaro Cubano.

In questi caso il Volavòn (dotato di vita propria) si autodistrugge trasformandosi in pure molecole collose che, data la copiosa aspirazione vengono risucchiate contro la gola spalancata dalla fame e la successiva deglutizione della farcitura fa in modo che tutte le molecole aspirate restino definitivamente incollate alle pareti della trachea iniziando a trasmettere al cervello l'immediata necessità di tossire e respirare contemporaneamente che corrisponde, come difficoltà, al tenere gli occhi aperti durante lo starnuto.

Quindi, sollecitato dai miliardi di stimoli provenienti dalla gola, inarco la schiena all'indietro come se dovessi ingoiare un termosifone e scattando con le spalle in avanti emetto un primo boato di tosse, ma i miei occhi infiammati vedono solo una nebbiolina di pasta frolla e tre persone coperte di molliche e macchie di salsa rosa.
Tutti sanno che dopo il primo colpo di tosse si compie per istinto di sopravvivenza l'esatto contrario, si cerca ovvero di respirare. Ma tutto ciò che non è uscito dalla mia bocca, vi ritorna perentoriamente innescando quello che Enrico Fermi ha giustamente definito reazione a catena.
Al secondo boato di tosse, vedo i commensali gettarsi a terra, i camerieri affannarsi per riempirmi un bicchiere d'acqua, una continua fitta pioggerellina di pasta sfoglia su tutto il locale e lontanamente odo il mio capo sull'orlo di una crisi di nervi urlarmi vai in bagno, vai in bagno.
E mica devo cagare, vorrei solo respirare, penso, mentre una moltitudine di mani si abbatte sulla mia schiena nel tentativo di rianimarmi dato che il mio colorito è virato al blu notte.

In tutti i casi, riesco ad alzarmi e continuando a tossire pasta sfoglia e maionese per tutto il tragitto, mi trascino in bagno. Bevo e mi bagno la faccia per riprendermi.
Finalmente la tosse si calma e grazie all'acqua, ormai solo un intervento chirurgico potrà asportare dalla trachea le molliche di pasta sfoglia cementate in gola. Ma il dubbio più grande che mi assale è.
Quale faccia devo indossare adesso per tornare in sala ed affrontare gli altri commensali?

Voi al posto mio che avreste fatto?


E per chiudere, Morte ai vol-au-vent.

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