Ecco,
questa è una di quelle storie che è meglio raccontare quando il
tasso di ironia è ben lievitato. Non solo per chi la racconta, ma
anche per gli altri protagonisti, che altrimenti potrebbero aversene
a male.
C'è
da precisare che non si tratta di una vera e propria FdM; questa
rientrerebbe nella categoria "le grandi sfighe della storia”,
quindi facciamo che apro la rubrica e la tengo pure aperta perché
spesso sfiga e brutte figure vanno a braccetto. Comunque questa
storia fa pure ridere e ve la racconto lo stesso, poi fate voi.
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La
parte buffa di questa storia (buffa lo è diventata dopo, quel
giorno non lo era, anzi!) inizia il giorno del mio matrimonio. Senza
star qui a dettagliarvi sullo stress che si crea per la fatidica
cerimonia (chi ci è passato lo sa, gli altri meglio non lo
sappiano), vi basti sapere che tutti i futuri sposi si augurano,
giunti a quel punto, che tutto vada bene. No, non la relazione, il
grande passo e bla bla bla: che vada bene la cerimonia, che non
accada niente di strano, che si riesca a giungere al "giorno
dopo" sani e salvi e senza drammi! Chiunque sia giunto alle
soglie del matrimonio conosce il senso di terrore che ti attanaglia
un'ora prima che tutto inizi.
Questa
che segue è la cronaca di quella giornata, vissuta da me (e
consorte).
Mi
sono sposato il 10 dicembre 1994, dopo un anno e mezzo di convivenza.
Era un sabato. Per l'occasione, siccome fa brutto prepararsi e uscire
assieme dalla stessa casa per andarsi a sposare, mia moglie si era
trasferita dai genitori il giorno prima, così io ero rimasto solo a
casa. Mi sarei alzato presto, avrei preso il porta abiti col mio bel
completino e sarei andato anch'io a casa dei miei per prepararmi e
uscire assieme a loro.
Bene.
La notte, ovviamente, non dormii per il nervosismo. La mattina mi
svegliai prestissimo (la cerimonia era alle 10), mi preparai come si
conviene, infilai una tuta e sistemai la casa per la notte. A quel
punto ero già abbondantemente esaurito e mi sarei rimesso a dormire.
Invece alzai le tapparelle, guardai fuori alla ricerca di un segno
tra le nuvole, e mi accolse un cielo grigio, piatto e basso come
raramente avevo mai visto. Ma, insomma, era dicembre, non potevo
pretendere il sole delle Seychelles.
Finii
di prepararmi, mi assicurai di aver preso tutto, e uscii.
Appena
messo il piede fuori dal portone, iniziò a piovere. Una bella
pioggerellona di quelle toste. Avevo le mani ingombre di buste e
cazzi vari, tardai a prendere le chiavi della macchina, e in pochi
minuti ero fradicio. Mi ero cotonato per l'occasione: tutto inutile.
Apro
la macchina, scarico i pacchi, entro: smette di piovere.
Parto,
mi allontano abbastanza (la sfiga chiede rispetto per le distanze) e
all'improvviso la macchina si ferma.
Semplicemente,
muore. Giro la chiave: niente. Mi trovo in leggera salita e dietro
inizia a formarsi la fila, anche se è presto, è sabato, piove, e di
solito lì non c'è mai nessuno. Non posso accostare, non posso
tornare indietro: spingo (in salita). Ricomincia a piovere!
Comincio
a bestemmiare in diverse lingue (ho una apposita licenza), mentre
spingo le scarpe da ginnastica scivolano sul bagnato, la macchina è
pesantissima e sudo come un suino. Dietro suonano e sono indeciso se
prendere il cric e fare una strage oppure mettermi a piangere e
chiedere aiuto. Opto per l'indifferenza. Giungo vicino ad una rampa
di garage e decido di buttarmicisicivi: o la va o la spacca. La mia
vita, il mio matrimonio, il mio futuro, affidati ad uno spinterogeno
capriccioso.
Mi
butto. Raggiungo una velocità folle. Ingrano la terza. La seconda.
Cazzo. La prima e SGRAUUUURRRR, finalmente il bidone riparte! Riesco
a fermarmi a sei millimetri dal muro, sudato e seminfartuato. Ingrano
la retromarcia ed esco dalla rampa stile Starsky & Hutch in
derapata contromano a tavoletta: scusate, è tardi, devo sbrigarmi,
devo sposarmi. Guido digrignando i denti, fradicio, sporco, sudato,
tremante di nervosismo e rabbia. Non ricordo a quale santo ero
arrivato, mi tocca ricominciare daccapo.
Arrivo
dai miei in pieno nubifragio. Altra doccia, altra cotonatura,
Finalmente mi preparo, intanto il tempo scorre. Aspettiamo parenti da
fuori città, stanno tardando. Devono aver trovato pioggia
sull'autostrada. Ma è quasi ora di andare. Ma i miei mi pregano di
aspettare. Ma è tardi. “Ma non potresti rimandare?” mi chiedono
ad un'ora dal matrimonio. “Se volete venire, io vado a sposarmi”
gli rispondo, ed esco.
Sono
finalmente in strada, devo raggiungere il Campidoglio (rito civile
[si fa per dire...]), ma, fatti poche centinaia di metri, riconosco
la macchina che porta mia moglie in Comune. Cazzo, sono lo sposo,
dovrei arrivare prima io e aspettarla sui gradini! Accellero,
svicolo, sgommo, sorpasso a destra, sinistra sotto e sopra. I miei
sono quasi all'infarto, io ricomincio a sudare, ma riesco a passare
in testa: sono primo! Correndo come un pazzo arrivo al Campidoglio
dieci minuti prima della cerimonia. Ai piedi del salitone mostro il
lasciapassare per gli sposi e il vigile mi dice che devo salire solo.
Io gli dico che i miei genitori sono anziani e malandati, si
togliesse dal cazzo che devo salire. Lui dice che non può. Io monto
in macchina e lo sfido: sono viola dalla tensione. Lui capitola,
sposta il cancelletto e mi lascia passare.
Per
fortuna la coppia precedente sta tardando, si aspetta il cambio
dell'assessore che celebrerà il nostro matrimonio, così ho un po'
di tempo per respirare. Intanto arriva mia moglie, che nemmeno
riconosco e che è già bella tesa di suo. Non le dico niente per non
rovinarle la giornata.
Finalmente
tocca a noi: ci sono (quasi) tutti, persino i parenti d'oltre
confine. Sala rossa (al Campidoglio), faccia rossa (la mia, per
l'ipertensione), testimoni e cazzi vari. Manca solo una delle mie
cognate che ha le fedi (ovvio). Tutto sembra procedere per il meglio.
La cerimonia ha inizio. L'assessora, una vecchia carampana
rincoglionita, va un po' a rilento, ma niente di preoccupante. Legge
gli articoli di legge, offre un mazzo di fiori a mia moglie, ci
sarebbe da scambiarsi le fedi. Ma le fedi non ci sono. Allora ci
fanno firmare il registro. Poi firmano i testimoni. E le fedi non
arrivano. Poi facciamo le foto con l'Assessora. Poi con i testimoni.
Poi con gli uscieri del Campidoglio. Poi mentre piango in un angolo.
Finalmente arriva mia cognata con le fedi: niente di grave, per
fortuna, gli era solo scoppiato il radiatore. Per fortuna il
fidanSato era meccanico. Così tentiamo di recuperare un po'
d'atmosfera per il rito delle fedi che, pure se laico, ha la sua
bella importanza. Ma la coppia successiva preme, i parenti hanno
occupato la sala, l'Assessora non ricorda più chi ha sposato e chi
deve ancora sposare. Le fedi ce le distribuiamo tipo bruscolini allo
stadio e alè, andati tutti a cagare. Ci buttano praticamente fuori
dalla sala. Stiamo per uscire, ci aspettano fuori con il riso. Mentre
raggiungo la porta vedo tutto nero. Sono le undici e mezzo di giorno,
ed è nero come a notte inoltrata. Come ci affacciamo all'ingresso ci
corcano di riso (n'antra vorta!), usciamo e comincia il rito dei baci
e degli abbracci di parenti e amici. Anzi, comincerebbe. Se.
Se
mia suocera avesse guardato dove metteva i piedi. Invece sui gradini
della sala, resi viscidi dalla pioggia, c'è una poltiglia di riso
crudo. E mia suocera vola. Vola alta, le gonne al vento, con lo
sguardo stupito, e sale, sale, poi ridiscende, SBADABADABAMMETE sui
gradini di marmo, di schiena. Sai quelle scene dei film americani
dove c'è il morente che sta per esalare l'ultimo respiro e tutti
attorno lo guardano e l'anima si stacca e fluttua in alto? Ecco,
così, uguale uguale. Ella non respira, è bianca come un cencio.
Cala il silenzio sul Campidoglio di Roma. Marc'Aurelio, per fortuna,
ancora non c'è, è sotto restauro.
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